CoViD-19 e brevetto, secondo atto

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Non più tardi di 2 mesi fa commentavo su queste pagine l’euforia per l’annuncio della scoperta del primo vaccino contro il CoViD-19 indicando tre problemi cui saremmo potuti andare incontro a causa del sistema del brevetto. In particolare indicavo i problemi legati alla capacità produttiva, necessariamente limitata anche per giganti come Pfizer, a fronte di una domanda a tutti gli effetti globale.

Puntualmente, a nemmeno 1 mese dall’inizio della distribuzione dei vaccini, è arrivata la notizia che Pfizer rallenterà la distribuzione delle dosi del suo vaccino proprio a causa di tagli alla produzione destinata all’Europa (a quanto pare per lavori di ingrandimento del principale sito produttivo di Pfizer in Belgio), con impatti sull’Italia pari a -29%. Sia chiaro che non tengo molto al ruolo del profeta di sventure, ma una situazione del genere era abbastanza prevedibile. Anzi, era stato lo stesso CEO di Biontech ad anticiparlo insieme a tanti osservatori internazionali.

Al netto dunque dei vani riferimenti ad azioni legali o persino a teorie del complotto, ci toccherà aspettare qualche settimana in più del previsto (e speriamo si tratti solo di settimane). Rimane il fatto che in questo momento le grandi democrazie europee si trovano con le armi spuntate e costrette a fare affidamento sulla tenuta logistica ed organizzativa delle aziende farmaceutiche.

Una strada in realtà ci sarebbe pure, qualora le cose dovessero volgere al peggio, ed è lo stesso sistema brevettuale che la indica. La via da seguire dovrebbe essere quella delle licenze obbligatorie, ossia quella di permettere ad altre aziende farmaceutiche di utilizzare e produrre i vaccini anti CoViD, dietro il pagamento di una royalty il cui ammontare sarebbe determinato dallo Stato o da un arbitro, senza rischiare condanne per l’uso illegittimo dell’invenzione altrui. Si tratta di un mezzo ovviamente di emergenza e per la cui applicazione servirebbe pure una modifica del quadro legislativo europeo ed internazionale, ma qualcuno in Europa ha già iniziato a pensarci sia a livello di Parlamento Europeo che di legislazione nazionale.

Rimane tuttavia forte il senso di amarezza ed impotenza per un sistema che in questa situazione pare troppo sbilanciato verso l’interesse privato a scapito della collettività, per di più dopo che molti Stati e la stessa Unione Europea hanno contribuito in maniera importante tramite finanziamenti pubblici e commesse prenotate e garantite in anticipo per miliardi, per poi trovarsi sostanzialmente inermi di fronte alle scelte delle aziende.

Perché Milano 2026 è un’occasione da non perdere.

Beppe Sala ha sciolto le sue riserve ed ha annunciato, con un tempismo curioso nel giorno di Sant’Ambrogio, che si ricandiderà a sindaco di Milano.

Se non fossimo stati nel mezzo di una pandemia globale, un po’ storditi da un’aria di festa stroncata sul nascere, la notizia sarebbe stata di quelle meritevoli di ben altra attenzione sui quotidiani/notiziari nazionali. E questo non solo per la figura di Sala in sé, che è tra le più interessanti del nostro panorama politico, al di là degli schieramenti, ma soprattutto per quello che Milano ha rappresentato e rappresenta oggi per l’Italia.

Un anno fa esatto, salivo su un aereo per la Germania da Malpensa, salutando una città che chiudeva un 2019 da record. Crescita dei residenti, del reddito pro capite, del livello occupazionale, dei canoni di locazione e dei prezzi di vendita. La Milano post Expo – the place to be – sembrava potersi sganciare dalla traiettoria stagnante vissuta dal resto del paese (ammesso che la divergenza delle due traettorie non fosse in qualche modo correlata, ma di questo magari parleremo un’altra volta). Il 2019 aveva anche riportato le Olimpiadi in Italia, con il successo del progetto Milano-Cortina 2026.

Come un fulmine a ciel sereno, tra quel 2019 ed il 2026, che è anche l’orizzonte temporale della prossima amministrazione meneghina, è piombato questo assurdo 2020, che ha talora stravolto, talora ridisegnato, narrazioni e prospettive.

E così quella che rischiava di essere una campagna elettorale incentrata sul mito della “Milano da vivere” potrebbe diventare una occasione da non perdere per portare i candidati a sfidarsi su fondamentali temi strategici, alcuni messi a nudo più di altri dalla pandemia.

Ho provato ad elencarne tre, senza pretendere che questo elenco sia esaustivo. Probabilmente, sono solo quelli che ho più a cuore.

  • Milano e la “Grande Milano”: il prossimo sindaco di Milano dovrà governare un città che si espande ben oltre i suoi confini amministrativi. Se la città strettamente definita vanta, infatti, poco meno di 1.4 mln di residenti, la Camera di Commercio stima che almeno altre 800 mila persone ogni giorno raggiungono il capoluogo Lombardo per ragioni di studio o lavoro. D’altronde, basterebbe guardare la città da un satellite per notare che la sua continuità urbanistica include, almeno, quasi tutti i comuni confinanti della prima cerchia (e.g. Bresso, Novate Milanese, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese,…) e studiare i flussi giornalieri di pendolari per rilevare come Milano attragga migliaia di residenti non solo nell’area di quella che un tempo era la “Provincia”, ma anche dalla Bassa Brianza. Una città ambiziosa e che si immagina in espansione non può prescindere da una nuova visione “metropolitana” dei suoi confini, che sappia concepire un sistema integrato dei trasporti, prospettive strategiche comuni e accessi omogenei ai servizi essenziali. La “città metropolitana”, insomma, non può restare ancora un semplice esercizio burocratico ed il fatto che il legislatore, nel definirla, utilizzò gli stessi confini che furono dell’allora provincia di Milano ci pone sincere perplessità su quanta strada vada ancora fatta (in verità, la stessa creazione della provincia di Monza sembra aver risposto più a logiche politiche che “funzionali”).
  • Milano e il resto di Italia: forse ancora più complesso è il rapporto di Milano con il resto del Paese. Che ci siano in tutti i paesi del mondo aree più sviluppate e più attrattive di altre è un dato inequivocabile; in Italia, quest’area più sviluppata e più attrattiva è quella di Milano (quali che siano i suoi confini, come visto al punto sopra). Tuttavia, più problematico è probabilmente constatare che aumentano a vista d’occhio le disuguaglianze tra Milano e il resto del paese (e, sia chiaro, fenomeno analogo si nota tra Parigi e la Francia o tra Londra e il Regno Unito). La sensazione è che queste grandi metropoli dipendano troppo da una crescita esogena, da un continuo approvvigionamento e spostamento di talenti e risorse da altre aree del paese verso di loro, con il rischio di trovarsi improvvisamente svuotate quando qualcuno si accorge che non era poi così necessario essere tutti attaccati al Wi-fi dello stesso ufficio. E’ ragionevole pensare che le città saranno il fulcro anche del XXI secolo, grazie ai loro servizi, alla loro capacità di essere catalizzatori culturali e sociali, grazie alle Università. Tuttavia, alcuni abilitatori tecnologici (lo smart working è stato certamente il più usato/abusato durante la pandemia), possono forse farci ripensare le città come grandi aggregatori di opportunità di cui sia possibile fruire almeno in maniera ibrida, fisica e digitale, espandendo le esternalità positive su territori più ampi. Così, se Milano cresce, questo dovrebbe avvenire non spostando risorse da Torino, Bologna, Verona e Genova, ma portando quelle risorse a far leva sull’ecosistema Milano e facendo in modo che possano a loro volta instaurare circoli virtuosi di prossimità.
  • Milano e i “nuovi poveri”: infine, i prossimi anni porteranno il nuovo sindaco a scontrarsi con l’eredità pesantissima di questa crisi economica e sociale. Per una città come Milano, soprattutto la Milano del post Expo, parlare di poveri può sembrare quasi eretico. Stride con la narrazione dominante, lo slogan invasivo di una città che ha fatto del “non fermarsi” un elemento identitario. La storia ci insegna che le crisi acuiscono le disuguaglianze e Milano è un laboratorio, purtroppo, perfetto per l’acuirsi di disuguaglianze potenzialmente esplosive. La nuova amministrazione dovrà evitare che nella corsa della Milano post Covid in troppi vengano lasciati indietro. Senza benessere diffuso, nel lungo periodo, una città diventà poco sicura, terreno fertile per la micro criminalità prima e per la criminalità organizzata dopo; infine, poco attrattiva per gli investitori.Noi, in questo articolo, vorremmo una Milano che allarghi i suoi orizzonti e crei esternalità positive. Dall’altro lato, c’è una Milano divisa, dove si moltiplicano le aree degradate..

E’ ancora troppo presto per capire se Beppe Sala sarà ancora il nuovo sindaco di Milano. Di una cosa, però, sono certo: il sindaco di Milano non potrà essere un semplice “amministratore”.

Tante volte, forse talora a sproposito, abbiamo detto che Milano è un modello per il nostro Paese, il traino a cui agganciarsi per ripartire. Ecco, credo che Milano non debba esimersi più: può aiutarci a raccontare una storia diversa per tutto il paese, ma solo se saprà, finalmente, superare contraddizioni non all’altezza con le sue già abbondantemente dichiarate ambizioni.

Se il Credit Agricole si fa beffe del Copasir

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Non più tardi di qualche settimana fa commentavamo qui le azzardate teorie “complottiste” che il nostro Governo veicolava attraverso una relazione, quella del Copasir, che, senza nemmeno troppi giri di parole, lanciava l’allarme di un pericolo di “colonizzazione” francese dei nostri “asset strategici” ed ecco che arriva la notizia finanziaria della settimana, il lancio dell’Opa da parte di Credit Agricole sul Credito Valtellinese.

Sembrano quasi farsi beffa di noi i nostri cugini d’oltralpe osando, per di più, far tutto alla luce del sole (altro che complotto) e mettendo sul piatto denaro sonante (altro che DTA o crediti d’imposta), come è giusto che sia in un’economia che ancora si professa di mercato (cosa che al Copasir forse sfugge).

Il Credito Valtellinese è una banca sana, profittevole e legata ad un territorio ad alta crescita ed industrializzazione. Il mercato la stava sottovalutando ed il Credit Agricole è stato lestissimo a cogliere l’occasione. Si tratta di uno scippo forse? No, è solo il mercato. Quello che ancora le nostre banche faticano a comprendere, abituate a decenni di fusioni guidate, agevolate e finanziate dal Governo.

Mentre Credit Agricolé, con l’operazione Creval, ambisce a diventare il sesto istituto bancario italiano, i nostri politici sono tuttora impegnati nel trovare un modo, uno qualunque, per rendere appetibile il Monte dei Paschi di Siena per i potenziali partner. Qualcuno dirà che così si tutelano gli “asset strategici” del Paese. Risentiamoci magari quando si avrà il conto finale, per i contribuenti, dell’operazione Monte dei Paschi.

CoViD e brevetto, un’occasione per ripensare il sistema?

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Alla fine, la notizia che aspettavamo con ansia è arrivata. L’annuncio di Pfizer e Biontech sul vaccino contro il CoViD ha galvanizzato un po’ tutti, dai mercati ai governi (un po’ meno Netflix e Zoom). In effetti questa sembra proprio la volta buona visto che le società che hanno sviluppato il vaccino dichiarano che avvieranno a breve il processo per ottenere l’autorizzazione a mettere in commercio il loro prodotto, ed hanno già siglato contratti milionari per la sua distribuzione.

Mai come in questo anno si era visto un tale ammontare di sforzi ed investimenti tutti concentrati sullo stesso obiettivo. Le aziende farmaceutiche hanno fatto a gara su scala globale con in mente, di fatto, un solo obiettivo: realizzare enormi guadagni grazie ai diritti monopolistici che il nostro sistema capitalistico attribuisce al titolare di un’invezione tramite il brevetto.

La ratio sottostante il brevetto, la deroga forte che questo costituisce ai principi del libero mercato e della concorrenza, è giustificata tradizionalmente dal seguente trade off: tu, azienda privata, investi in ricerca, innovazione e tecnologia che metti a disposizione di tutti,ed io Stato ti do in cambio il diritto di sfruttarla in via esclusiva (solitamente almeno per 20 anni). Si tratta di un “premio” certamente goloso, ed infatti le aziende tecnologiche serie spendono buona parte del loro budget in ricerca (oltre che in avvocati) per ottenere e mantenere il “monopolio” temporaneo che un brevetto concede.

Chi difende questo sistema ha buon gioco, e probabilmente ragione, nel sostenere che se siamo riusciti in meno di un solo anno ad avere un vaccino, lo dobbiamo proprio alla corsa al brevetto e agli utili che rappresenta in questo caso. E tuttavia, come molte delle certezze spazzate via nel corso dell’anno, anche in questo caso il CoViD-19 potrebbe fornire l’occasione per analizzare e rivedere alcuni dei limiti del sistema appena esposto.

Il primo limite di questo sistema è l’ovvia conseguenza di tutti i sistemi monopolistici. Il titolare del brevetto, infatti, è tendenzialmene libero di fissare i prezzi a suo piacimento. Non è un’ipotesi di scuola: è successo e succede di continuo, specialmente sui farmaci. Fortunatamente non succederà in questo caso, visto che il CEO di Pfizer, consapevole di avere addosso gli occhi di tutto il mondo, ha subito precisato che non ci sarà alcuna speculazione sui prezzi. Al netto delle rassicurazioni, però, rimane il problema che per i paesi e le popolazioni più povere il vaccino sarà disponibile solo in cambio di importanti sacrifici economici.

Il secondo limite è sicuramente più reale e visibile nell’immediato, ed è legato alla capacità produttiva. Di fronte ad eventi globali come questo un sistema monopolistico non riesce a dare risposte veloci ed efficaci. Sia chiaro, non è un tema di restrizione volontaria dell’offerta. Si tratta di un tema banalmente operativo visto che nessuna azienda al mondo, neppure un gigante come Pfizer, è in grado di coprire velocemente una domanda di 7 miliardi di persone. Sicuramente Pfizer ha dato un grande contributo all’umanità con la sua invenzione, ma l’attesa, inevitabile, che ci attende ce la saremmo volentieri risparmiata. Tutto questo, a causa del brevetto.

Il terzo limite, e mi fermo per ora qui, è legato all’evoluzione della ricerca stessa e del modello di sviluppo tecnologico che ormai domina il nostro mondo. Il brevetto, come istituto giuridico, nasce più di un secolo fa. Era ancora il tempo delle Fiere ed Esposizioni Internazionali che si tenevano un paio di volte l’anno e dove le invenzioni, le innovazioni, non si succedevano con la stessa velocità di oggi. Già perchè oggi la ricerca, la tecnologia, sono diventate estremamente più veloci, producono innovazione ad un ritmo molto più frenetico rispetto al passato, seppur senza “balzi”. Siamo passati dall’epoca in cui l’innovazione procedeva a “gradoni” ad una in cui lo sviluppo e la ricerca producono risultati continui ma “incrementali”. Per intenderci, al giorno d’oggi non esistono più le invezioni come quelle che facevano gridare “EUREKA!” ad Archimede Pitagorico nei fumetti. Si procede per step incrementali, piccoli ma continui. Allo stesso tempo, la velocità con cui procede l’innovazione rende spesso superfluo ed inutile un monopolio esclusivo per 20 anni. Quanti prodotti scoperti 20 anni fa sono già oggi dei “ferri vecchi”?

In uno scenario simile il sistema brevettuale provoca alcune spiacevoli controindicazioni. La più importante è che, di fatto, è quasi impossibile creare qualcosa di nuovo, fare innovazione, senza violare brevetti altrui. Magari si tratta di tecnologie che sono ormai “basic“, ma in questi casi il brevetto diventa più uno strumento di “ostacolo” che di incentivo all’innovazione. A conferma, anche nella corsa al vaccino contro il CoViD ci sono stati casi di questo tipo, e la stessa Pfizer è stata accusata di violazione di un brevetto nell’ambito dello sviluppo di un’altra cura contro il CoViD (la stessa usata per curare Trump).

I tre limiti esposti fin qui sono noti ormai da tempo a tutti gli esperti ed interessati al settore della proprietà intellettuale ma una soluzione sembra lontana dall’essere raggiunta. In questa pandemia ci ha provato l’OMS, invocando e spingengo alla creazione di un “patent pool”, ossia la creazione e la condivisione di un unico insieme di brevetti e tecnologia, accessibile a chi è interessato a partecipare allo sviluppo di un’innovazione, in cambio di una licenza per poter sfruttare gli esiti della ricerca prodotta dal “pool”. Lavorare realmente insieme per beneficiare tutti ed in tempi più rapidi dell’innovazione. Per il momento pare che l’appello sia rimasto inascoltato.

Italia – Francia, il derby infinito che piace ai sovranisti

La narrazione secondo cui l’Italia sarebbe a rischio depredamento dei suoi tesori, ricchezze e gioielli (di borsa), magari in favore degli odiati cugini d’oltralpe, è una delle favole preferite che la nostra classe politica ciclicamente ripropone. L’origine della contesa spesse volte è il calcio, altre la Gioconda o persino la titolarità del Monte Bianco. L’ultima occasione per una nuova puntata di questa epica (e pigra) narrazione giornalistica tuttavia la fornisce la relazione del Copasir a firma dell’On. Borghi (non il leghista Claudio, bensì il democratico Enrico) sulla “tutela degli asset strategici nazionali nel settore bancario ed assicurativo”

In effetti, a leggere la cronaca giornalistica ci sarebbe da preoccuparsi non poco. Operazioni segrete, piani speculativi, oscuri e non meglio precisati tentativi di stravolgere tra il giorno e la notte l’intero sistema economico italiano. Materia appunto per gli 007 italici e che mette d’accordo tutti, dalla maggioranza giallo-rossa nel Copasir, agli esponenti del centrodestra fino alla Consob a trazione sovranista del presidente Savona.

Una lettura integrale della Relazione tuttavia, suggerisce una diversa conclusione. A parere di chi scrive, infatti, ancora una volta la classe politica italiana si distingue per superficialità e pressapochismo in materia economica e finanziaria condite pure da una buona dose di ipocrisia. Ma andiamo per ordine e vediamo cosa emerge dalla Relazione del Copasir.

Al netto di quella che sembra quasi un ossessione, al limite del pregiudizio, per il rischio di possibili scalate francesi ai gioielli finanziari italiani (si fa menzione solo all’attivismo e all’interesse strategico francese verso l’Italia; al resto d’Europa invece non facciamo a quanto pare gola), motivato e giustificato dai nostri Onorevoli in modo vago ed imprecisato, se non con un riferimento a “nomine nei consigli di amministrazione o comunque ai vertici di rilevanti istituti di credito” (insomma Mustier e Donnet, infiltrati dal governo Macron al vertice di UniCredit e Generali) ed allusioni a rumours su operazioni che si ripropongono ciclicamente da anni senza però alcun dato concreto, due questioni sembrano stare particolarmente a cuore ai nostri politici: il mantenimento di un sistema bancario legato al sistema produttivo ed al tessuto locale, anche e soprattutto in termini di politiche creditizie, ed il passaporto dei detentori del debito pubblico italiano. Ebbene, su entrambe le questioni emergono con forza appunto la superficialità se non anche l’ipocrisia dei nostri politici.

Sul primo punto, il livello di ipocrisia raggiunge vette veramente inaudite. Sgombriamo subito infatti il campo da ogni dubbio e chiariamo che il rischio di credit crunch, temuto e paventato dai nostri politici ad oggi non esiste. Lo spiega bene la Banca d’Italia che, con la sua indagine sul credito bancario nell’area euro, mostra come ormai da 6 anni a questa parte le condizioni di accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese sono state allentate moltissimo parallelamente alle straordinarie iniezioni di liquidità effettuate dalla BCE nel corso degli anni ed alla diminuzione dei tassi di interesse (vedi immagine sotto).

Tutto questo la classe politica nostrana lo ignora volutamente e anzi, non sembra ancora sufficientemente scottata dalle crisi bancarie degli ultimi anni che hanno colpito proprio il modello che tanto viene considerato essenziale per la “sicurezza” del Paese. Banca Etruria, Pop. Bari, Pop. Vicenza, Veneto Banca, MPS, Banca Marche, etc, non sembrano ancora aver insegnato nulla ai nostri politici cui manca evidentemente tanto il legame con banche disposte ad erogare credito facile, condizionabili, corruttibili. Persino Intesa SanPaolo viene bacchettata perché con l’operazione UBI ha sì creato un campione nazionale e potenziale campione europeo ma rischierebbe di sottrarre finanziamenti al tessuto industriale del Nord. Meno male che oltre il 90% dei soci di UBI, principalmente imprenditori del Nord, sa far di conto meglio dei nostri politici ed ha accettato un’offerta semplicemente troppo buona per esser rifiutata.

Il secondo motivo di allarme per i nostri politici, mi avvio alla conclusione, sarebbe invece legato alla possibilità che operazioni di fusione tra player bancari ed assicurativi finiscano con il consegnare fette sempre maggiori di debito pubblico a soggetti stranieri o, dio non voglia, persino francesi. Anche in questo caso, tocca sottolineare almeno due aspetti che denotano quantomeno la superficialità delle analisi fatte dal Copasir. Innanzitutto occorre una maggiore onestà intellettuale ed ammettere che assumere il ruolo di “vittime” del complotto estero o paventare il rischio di speculazioni sul nostro debito, quando lo stesso viene ininterrottamente da anni ed in larghissima parte finanziato e sostenuto dagli acquisti della BCE è veramente poco serio, visto che senza questa rete di sicurezza, approvata da tutti gli Stati dell’Eurozona, è la principale ragione per il quale il nostro debito può definirsi ancora sostenibile.

In secondo luogo, occorre affermare con forza che soluzioni autarchiche, cui analisi come quella del Copasir si rifanno, non possono essere la soluzione. Piuttosto che fomentare il complotto, dovremmo essere lieti che il nostro debito pubblico sia ancora appetibile all’estero e non conti solo sul sostegno artificiale dei programmi di quantitative easing della BCE o degli investitori italiani. Prima o poi, anche questa interminabile era di tassi bassi e di acquisti da parte delle Banche centrali finirà e sarebbe veramente preoccupante, oltre che illusorio, pensare di finanziare il nostro debito solo con il mercato interno.

Invece che immaginare scenari adatti solo a romanzi di Ian Fleming, sarebbe veramente ora che si iniziasse a discutere di come far ripartire l’economia nazionale, magari proprio con la ricetta opposta di quella propugnata dal Copasir e quindi affrancando le PMI dalla dipendenza esclusiva dal sistema bancario, favorendo anche a livello legislativo e fiscale gli investimenti diretti nel capitale delle PMI a supporto della loro crescita ed ancora debole patrimonializzazione. Chissà che non si riesca a proporre ai cittadini e risparmiatori italiani qualcosa di più interessante e redditizio del trito e ritrito Btp nazionale.