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Italia – Francia, il derby infinito che piace ai sovranisti

La narrazione secondo cui l’Italia sarebbe a rischio depredamento dei suoi tesori, ricchezze e gioielli (di borsa), magari in favore degli odiati cugini d’oltralpe, è una delle favole preferite che la nostra classe politica ciclicamente ripropone. L’origine della contesa spesse volte è il calcio, altre la Gioconda o persino la titolarità del Monte Bianco. L’ultima occasione per una nuova puntata di questa epica (e pigra) narrazione giornalistica tuttavia la fornisce la relazione del Copasir a firma dell’On. Borghi (non il leghista Claudio, bensì il democratico Enrico) sulla “tutela degli asset strategici nazionali nel settore bancario ed assicurativo”

In effetti, a leggere la cronaca giornalistica ci sarebbe da preoccuparsi non poco. Operazioni segrete, piani speculativi, oscuri e non meglio precisati tentativi di stravolgere tra il giorno e la notte l’intero sistema economico italiano. Materia appunto per gli 007 italici e che mette d’accordo tutti, dalla maggioranza giallo-rossa nel Copasir, agli esponenti del centrodestra fino alla Consob a trazione sovranista del presidente Savona.

Una lettura integrale della Relazione tuttavia, suggerisce una diversa conclusione. A parere di chi scrive, infatti, ancora una volta la classe politica italiana si distingue per superficialità e pressapochismo in materia economica e finanziaria condite pure da una buona dose di ipocrisia. Ma andiamo per ordine e vediamo cosa emerge dalla Relazione del Copasir.

Al netto di quella che sembra quasi un ossessione, al limite del pregiudizio, per il rischio di possibili scalate francesi ai gioielli finanziari italiani (si fa menzione solo all’attivismo e all’interesse strategico francese verso l’Italia; al resto d’Europa invece non facciamo a quanto pare gola), motivato e giustificato dai nostri Onorevoli in modo vago ed imprecisato, se non con un riferimento a “nomine nei consigli di amministrazione o comunque ai vertici di rilevanti istituti di credito” (insomma Mustier e Donnet, infiltrati dal governo Macron al vertice di UniCredit e Generali) ed allusioni a rumours su operazioni che si ripropongono ciclicamente da anni senza però alcun dato concreto, due questioni sembrano stare particolarmente a cuore ai nostri politici: il mantenimento di un sistema bancario legato al sistema produttivo ed al tessuto locale, anche e soprattutto in termini di politiche creditizie, ed il passaporto dei detentori del debito pubblico italiano. Ebbene, su entrambe le questioni emergono con forza appunto la superficialità se non anche l’ipocrisia dei nostri politici.

Sul primo punto, il livello di ipocrisia raggiunge vette veramente inaudite. Sgombriamo subito infatti il campo da ogni dubbio e chiariamo che il rischio di credit crunch, temuto e paventato dai nostri politici ad oggi non esiste. Lo spiega bene la Banca d’Italia che, con la sua indagine sul credito bancario nell’area euro, mostra come ormai da 6 anni a questa parte le condizioni di accesso al credito da parte delle famiglie e delle imprese sono state allentate moltissimo parallelamente alle straordinarie iniezioni di liquidità effettuate dalla BCE nel corso degli anni ed alla diminuzione dei tassi di interesse (vedi immagine sotto).

Tutto questo la classe politica nostrana lo ignora volutamente e anzi, non sembra ancora sufficientemente scottata dalle crisi bancarie degli ultimi anni che hanno colpito proprio il modello che tanto viene considerato essenziale per la “sicurezza” del Paese. Banca Etruria, Pop. Bari, Pop. Vicenza, Veneto Banca, MPS, Banca Marche, etc, non sembrano ancora aver insegnato nulla ai nostri politici cui manca evidentemente tanto il legame con banche disposte ad erogare credito facile, condizionabili, corruttibili. Persino Intesa SanPaolo viene bacchettata perché con l’operazione UBI ha sì creato un campione nazionale e potenziale campione europeo ma rischierebbe di sottrarre finanziamenti al tessuto industriale del Nord. Meno male che oltre il 90% dei soci di UBI, principalmente imprenditori del Nord, sa far di conto meglio dei nostri politici ed ha accettato un’offerta semplicemente troppo buona per esser rifiutata.

Il secondo motivo di allarme per i nostri politici, mi avvio alla conclusione, sarebbe invece legato alla possibilità che operazioni di fusione tra player bancari ed assicurativi finiscano con il consegnare fette sempre maggiori di debito pubblico a soggetti stranieri o, dio non voglia, persino francesi. Anche in questo caso, tocca sottolineare almeno due aspetti che denotano quantomeno la superficialità delle analisi fatte dal Copasir. Innanzitutto occorre una maggiore onestà intellettuale ed ammettere che assumere il ruolo di “vittime” del complotto estero o paventare il rischio di speculazioni sul nostro debito, quando lo stesso viene ininterrottamente da anni ed in larghissima parte finanziato e sostenuto dagli acquisti della BCE è veramente poco serio, visto che senza questa rete di sicurezza, approvata da tutti gli Stati dell’Eurozona, è la principale ragione per il quale il nostro debito può definirsi ancora sostenibile.

In secondo luogo, occorre affermare con forza che soluzioni autarchiche, cui analisi come quella del Copasir si rifanno, non possono essere la soluzione. Piuttosto che fomentare il complotto, dovremmo essere lieti che il nostro debito pubblico sia ancora appetibile all’estero e non conti solo sul sostegno artificiale dei programmi di quantitative easing della BCE o degli investitori italiani. Prima o poi, anche questa interminabile era di tassi bassi e di acquisti da parte delle Banche centrali finirà e sarebbe veramente preoccupante, oltre che illusorio, pensare di finanziare il nostro debito solo con il mercato interno.

Invece che immaginare scenari adatti solo a romanzi di Ian Fleming, sarebbe veramente ora che si iniziasse a discutere di come far ripartire l’economia nazionale, magari proprio con la ricetta opposta di quella propugnata dal Copasir e quindi affrancando le PMI dalla dipendenza esclusiva dal sistema bancario, favorendo anche a livello legislativo e fiscale gli investimenti diretti nel capitale delle PMI a supporto della loro crescita ed ancora debole patrimonializzazione. Chissà che non si riesca a proporre ai cittadini e risparmiatori italiani qualcosa di più interessante e redditizio del trito e ritrito Btp nazionale.