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CoViD e brevetto, un’occasione per ripensare il sistema?

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Alla fine, la notizia che aspettavamo con ansia è arrivata. L’annuncio di Pfizer e Biontech sul vaccino contro il CoViD ha galvanizzato un po’ tutti, dai mercati ai governi (un po’ meno Netflix e Zoom). In effetti questa sembra proprio la volta buona visto che le società che hanno sviluppato il vaccino dichiarano che avvieranno a breve il processo per ottenere l’autorizzazione a mettere in commercio il loro prodotto, ed hanno già siglato contratti milionari per la sua distribuzione.

Mai come in questo anno si era visto un tale ammontare di sforzi ed investimenti tutti concentrati sullo stesso obiettivo. Le aziende farmaceutiche hanno fatto a gara su scala globale con in mente, di fatto, un solo obiettivo: realizzare enormi guadagni grazie ai diritti monopolistici che il nostro sistema capitalistico attribuisce al titolare di un’invezione tramite il brevetto.

La ratio sottostante il brevetto, la deroga forte che questo costituisce ai principi del libero mercato e della concorrenza, è giustificata tradizionalmente dal seguente trade off: tu, azienda privata, investi in ricerca, innovazione e tecnologia che metti a disposizione di tutti,ed io Stato ti do in cambio il diritto di sfruttarla in via esclusiva (solitamente almeno per 20 anni). Si tratta di un “premio” certamente goloso, ed infatti le aziende tecnologiche serie spendono buona parte del loro budget in ricerca (oltre che in avvocati) per ottenere e mantenere il “monopolio” temporaneo che un brevetto concede.

Chi difende questo sistema ha buon gioco, e probabilmente ragione, nel sostenere che se siamo riusciti in meno di un solo anno ad avere un vaccino, lo dobbiamo proprio alla corsa al brevetto e agli utili che rappresenta in questo caso. E tuttavia, come molte delle certezze spazzate via nel corso dell’anno, anche in questo caso il CoViD-19 potrebbe fornire l’occasione per analizzare e rivedere alcuni dei limiti del sistema appena esposto.

Il primo limite di questo sistema è l’ovvia conseguenza di tutti i sistemi monopolistici. Il titolare del brevetto, infatti, è tendenzialmene libero di fissare i prezzi a suo piacimento. Non è un’ipotesi di scuola: è successo e succede di continuo, specialmente sui farmaci. Fortunatamente non succederà in questo caso, visto che il CEO di Pfizer, consapevole di avere addosso gli occhi di tutto il mondo, ha subito precisato che non ci sarà alcuna speculazione sui prezzi. Al netto delle rassicurazioni, però, rimane il problema che per i paesi e le popolazioni più povere il vaccino sarà disponibile solo in cambio di importanti sacrifici economici.

Il secondo limite è sicuramente più reale e visibile nell’immediato, ed è legato alla capacità produttiva. Di fronte ad eventi globali come questo un sistema monopolistico non riesce a dare risposte veloci ed efficaci. Sia chiaro, non è un tema di restrizione volontaria dell’offerta. Si tratta di un tema banalmente operativo visto che nessuna azienda al mondo, neppure un gigante come Pfizer, è in grado di coprire velocemente una domanda di 7 miliardi di persone. Sicuramente Pfizer ha dato un grande contributo all’umanità con la sua invenzione, ma l’attesa, inevitabile, che ci attende ce la saremmo volentieri risparmiata. Tutto questo, a causa del brevetto.

Il terzo limite, e mi fermo per ora qui, è legato all’evoluzione della ricerca stessa e del modello di sviluppo tecnologico che ormai domina il nostro mondo. Il brevetto, come istituto giuridico, nasce più di un secolo fa. Era ancora il tempo delle Fiere ed Esposizioni Internazionali che si tenevano un paio di volte l’anno e dove le invenzioni, le innovazioni, non si succedevano con la stessa velocità di oggi. Già perchè oggi la ricerca, la tecnologia, sono diventate estremamente più veloci, producono innovazione ad un ritmo molto più frenetico rispetto al passato, seppur senza “balzi”. Siamo passati dall’epoca in cui l’innovazione procedeva a “gradoni” ad una in cui lo sviluppo e la ricerca producono risultati continui ma “incrementali”. Per intenderci, al giorno d’oggi non esistono più le invezioni come quelle che facevano gridare “EUREKA!” ad Archimede Pitagorico nei fumetti. Si procede per step incrementali, piccoli ma continui. Allo stesso tempo, la velocità con cui procede l’innovazione rende spesso superfluo ed inutile un monopolio esclusivo per 20 anni. Quanti prodotti scoperti 20 anni fa sono già oggi dei “ferri vecchi”?

In uno scenario simile il sistema brevettuale provoca alcune spiacevoli controindicazioni. La più importante è che, di fatto, è quasi impossibile creare qualcosa di nuovo, fare innovazione, senza violare brevetti altrui. Magari si tratta di tecnologie che sono ormai “basic“, ma in questi casi il brevetto diventa più uno strumento di “ostacolo” che di incentivo all’innovazione. A conferma, anche nella corsa al vaccino contro il CoViD ci sono stati casi di questo tipo, e la stessa Pfizer è stata accusata di violazione di un brevetto nell’ambito dello sviluppo di un’altra cura contro il CoViD (la stessa usata per curare Trump).

I tre limiti esposti fin qui sono noti ormai da tempo a tutti gli esperti ed interessati al settore della proprietà intellettuale ma una soluzione sembra lontana dall’essere raggiunta. In questa pandemia ci ha provato l’OMS, invocando e spingengo alla creazione di un “patent pool”, ossia la creazione e la condivisione di un unico insieme di brevetti e tecnologia, accessibile a chi è interessato a partecipare allo sviluppo di un’innovazione, in cambio di una licenza per poter sfruttare gli esiti della ricerca prodotta dal “pool”. Lavorare realmente insieme per beneficiare tutti ed in tempi più rapidi dell’innovazione. Per il momento pare che l’appello sia rimasto inascoltato.