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Perché Milano 2026 è un’occasione da non perdere.

Beppe Sala ha sciolto le sue riserve ed ha annunciato, con un tempismo curioso nel giorno di Sant’Ambrogio, che si ricandiderà a sindaco di Milano.

Se non fossimo stati nel mezzo di una pandemia globale, un po’ storditi da un’aria di festa stroncata sul nascere, la notizia sarebbe stata di quelle meritevoli di ben altra attenzione sui quotidiani/notiziari nazionali. E questo non solo per la figura di Sala in sé, che è tra le più interessanti del nostro panorama politico, al di là degli schieramenti, ma soprattutto per quello che Milano ha rappresentato e rappresenta oggi per l’Italia.

Un anno fa esatto, salivo su un aereo per la Germania da Malpensa, salutando una città che chiudeva un 2019 da record. Crescita dei residenti, del reddito pro capite, del livello occupazionale, dei canoni di locazione e dei prezzi di vendita. La Milano post Expo – the place to be – sembrava potersi sganciare dalla traiettoria stagnante vissuta dal resto del paese (ammesso che la divergenza delle due traettorie non fosse in qualche modo correlata, ma di questo magari parleremo un’altra volta). Il 2019 aveva anche riportato le Olimpiadi in Italia, con il successo del progetto Milano-Cortina 2026.

Come un fulmine a ciel sereno, tra quel 2019 ed il 2026, che è anche l’orizzonte temporale della prossima amministrazione meneghina, è piombato questo assurdo 2020, che ha talora stravolto, talora ridisegnato, narrazioni e prospettive.

E così quella che rischiava di essere una campagna elettorale incentrata sul mito della “Milano da vivere” potrebbe diventare una occasione da non perdere per portare i candidati a sfidarsi su fondamentali temi strategici, alcuni messi a nudo più di altri dalla pandemia.

Ho provato ad elencarne tre, senza pretendere che questo elenco sia esaustivo. Probabilmente, sono solo quelli che ho più a cuore.

  • Milano e la “Grande Milano”: il prossimo sindaco di Milano dovrà governare un città che si espande ben oltre i suoi confini amministrativi. Se la città strettamente definita vanta, infatti, poco meno di 1.4 mln di residenti, la Camera di Commercio stima che almeno altre 800 mila persone ogni giorno raggiungono il capoluogo Lombardo per ragioni di studio o lavoro. D’altronde, basterebbe guardare la città da un satellite per notare che la sua continuità urbanistica include, almeno, quasi tutti i comuni confinanti della prima cerchia (e.g. Bresso, Novate Milanese, Sesto San Giovanni, Cologno Monzese,…) e studiare i flussi giornalieri di pendolari per rilevare come Milano attragga migliaia di residenti non solo nell’area di quella che un tempo era la “Provincia”, ma anche dalla Bassa Brianza. Una città ambiziosa e che si immagina in espansione non può prescindere da una nuova visione “metropolitana” dei suoi confini, che sappia concepire un sistema integrato dei trasporti, prospettive strategiche comuni e accessi omogenei ai servizi essenziali. La “città metropolitana”, insomma, non può restare ancora un semplice esercizio burocratico ed il fatto che il legislatore, nel definirla, utilizzò gli stessi confini che furono dell’allora provincia di Milano ci pone sincere perplessità su quanta strada vada ancora fatta (in verità, la stessa creazione della provincia di Monza sembra aver risposto più a logiche politiche che “funzionali”).
  • Milano e il resto di Italia: forse ancora più complesso è il rapporto di Milano con il resto del Paese. Che ci siano in tutti i paesi del mondo aree più sviluppate e più attrattive di altre è un dato inequivocabile; in Italia, quest’area più sviluppata e più attrattiva è quella di Milano (quali che siano i suoi confini, come visto al punto sopra). Tuttavia, più problematico è probabilmente constatare che aumentano a vista d’occhio le disuguaglianze tra Milano e il resto del paese (e, sia chiaro, fenomeno analogo si nota tra Parigi e la Francia o tra Londra e il Regno Unito). La sensazione è che queste grandi metropoli dipendano troppo da una crescita esogena, da un continuo approvvigionamento e spostamento di talenti e risorse da altre aree del paese verso di loro, con il rischio di trovarsi improvvisamente svuotate quando qualcuno si accorge che non era poi così necessario essere tutti attaccati al Wi-fi dello stesso ufficio. E’ ragionevole pensare che le città saranno il fulcro anche del XXI secolo, grazie ai loro servizi, alla loro capacità di essere catalizzatori culturali e sociali, grazie alle Università. Tuttavia, alcuni abilitatori tecnologici (lo smart working è stato certamente il più usato/abusato durante la pandemia), possono forse farci ripensare le città come grandi aggregatori di opportunità di cui sia possibile fruire almeno in maniera ibrida, fisica e digitale, espandendo le esternalità positive su territori più ampi. Così, se Milano cresce, questo dovrebbe avvenire non spostando risorse da Torino, Bologna, Verona e Genova, ma portando quelle risorse a far leva sull’ecosistema Milano e facendo in modo che possano a loro volta instaurare circoli virtuosi di prossimità.
  • Milano e i “nuovi poveri”: infine, i prossimi anni porteranno il nuovo sindaco a scontrarsi con l’eredità pesantissima di questa crisi economica e sociale. Per una città come Milano, soprattutto la Milano del post Expo, parlare di poveri può sembrare quasi eretico. Stride con la narrazione dominante, lo slogan invasivo di una città che ha fatto del “non fermarsi” un elemento identitario. La storia ci insegna che le crisi acuiscono le disuguaglianze e Milano è un laboratorio, purtroppo, perfetto per l’acuirsi di disuguaglianze potenzialmente esplosive. La nuova amministrazione dovrà evitare che nella corsa della Milano post Covid in troppi vengano lasciati indietro. Senza benessere diffuso, nel lungo periodo, una città diventà poco sicura, terreno fertile per la micro criminalità prima e per la criminalità organizzata dopo; infine, poco attrattiva per gli investitori.Noi, in questo articolo, vorremmo una Milano che allarghi i suoi orizzonti e crei esternalità positive. Dall’altro lato, c’è una Milano divisa, dove si moltiplicano le aree degradate..

E’ ancora troppo presto per capire se Beppe Sala sarà ancora il nuovo sindaco di Milano. Di una cosa, però, sono certo: il sindaco di Milano non potrà essere un semplice “amministratore”.

Tante volte, forse talora a sproposito, abbiamo detto che Milano è un modello per il nostro Paese, il traino a cui agganciarsi per ripartire. Ecco, credo che Milano non debba esimersi più: può aiutarci a raccontare una storia diversa per tutto il paese, ma solo se saprà, finalmente, superare contraddizioni non all’altezza con le sue già abbondantemente dichiarate ambizioni.

Se il Credit Agricole si fa beffe del Copasir

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Non più tardi di qualche settimana fa commentavamo qui le azzardate teorie “complottiste” che il nostro Governo veicolava attraverso una relazione, quella del Copasir, che, senza nemmeno troppi giri di parole, lanciava l’allarme di un pericolo di “colonizzazione” francese dei nostri “asset strategici” ed ecco che arriva la notizia finanziaria della settimana, il lancio dell’Opa da parte di Credit Agricole sul Credito Valtellinese.

Sembrano quasi farsi beffa di noi i nostri cugini d’oltralpe osando, per di più, far tutto alla luce del sole (altro che complotto) e mettendo sul piatto denaro sonante (altro che DTA o crediti d’imposta), come è giusto che sia in un’economia che ancora si professa di mercato (cosa che al Copasir forse sfugge).

Il Credito Valtellinese è una banca sana, profittevole e legata ad un territorio ad alta crescita ed industrializzazione. Il mercato la stava sottovalutando ed il Credit Agricole è stato lestissimo a cogliere l’occasione. Si tratta di uno scippo forse? No, è solo il mercato. Quello che ancora le nostre banche faticano a comprendere, abituate a decenni di fusioni guidate, agevolate e finanziate dal Governo.

Mentre Credit Agricolé, con l’operazione Creval, ambisce a diventare il sesto istituto bancario italiano, i nostri politici sono tuttora impegnati nel trovare un modo, uno qualunque, per rendere appetibile il Monte dei Paschi di Siena per i potenziali partner. Qualcuno dirà che così si tutelano gli “asset strategici” del Paese. Risentiamoci magari quando si avrà il conto finale, per i contribuenti, dell’operazione Monte dei Paschi.

CoViD e brevetto, un’occasione per ripensare il sistema?

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Alla fine, la notizia che aspettavamo con ansia è arrivata. L’annuncio di Pfizer e Biontech sul vaccino contro il CoViD ha galvanizzato un po’ tutti, dai mercati ai governi (un po’ meno Netflix e Zoom). In effetti questa sembra proprio la volta buona visto che le società che hanno sviluppato il vaccino dichiarano che avvieranno a breve il processo per ottenere l’autorizzazione a mettere in commercio il loro prodotto, ed hanno già siglato contratti milionari per la sua distribuzione.

Mai come in questo anno si era visto un tale ammontare di sforzi ed investimenti tutti concentrati sullo stesso obiettivo. Le aziende farmaceutiche hanno fatto a gara su scala globale con in mente, di fatto, un solo obiettivo: realizzare enormi guadagni grazie ai diritti monopolistici che il nostro sistema capitalistico attribuisce al titolare di un’invezione tramite il brevetto.

La ratio sottostante il brevetto, la deroga forte che questo costituisce ai principi del libero mercato e della concorrenza, è giustificata tradizionalmente dal seguente trade off: tu, azienda privata, investi in ricerca, innovazione e tecnologia che metti a disposizione di tutti,ed io Stato ti do in cambio il diritto di sfruttarla in via esclusiva (solitamente almeno per 20 anni). Si tratta di un “premio” certamente goloso, ed infatti le aziende tecnologiche serie spendono buona parte del loro budget in ricerca (oltre che in avvocati) per ottenere e mantenere il “monopolio” temporaneo che un brevetto concede.

Chi difende questo sistema ha buon gioco, e probabilmente ragione, nel sostenere che se siamo riusciti in meno di un solo anno ad avere un vaccino, lo dobbiamo proprio alla corsa al brevetto e agli utili che rappresenta in questo caso. E tuttavia, come molte delle certezze spazzate via nel corso dell’anno, anche in questo caso il CoViD-19 potrebbe fornire l’occasione per analizzare e rivedere alcuni dei limiti del sistema appena esposto.

Il primo limite di questo sistema è l’ovvia conseguenza di tutti i sistemi monopolistici. Il titolare del brevetto, infatti, è tendenzialmene libero di fissare i prezzi a suo piacimento. Non è un’ipotesi di scuola: è successo e succede di continuo, specialmente sui farmaci. Fortunatamente non succederà in questo caso, visto che il CEO di Pfizer, consapevole di avere addosso gli occhi di tutto il mondo, ha subito precisato che non ci sarà alcuna speculazione sui prezzi. Al netto delle rassicurazioni, però, rimane il problema che per i paesi e le popolazioni più povere il vaccino sarà disponibile solo in cambio di importanti sacrifici economici.

Il secondo limite è sicuramente più reale e visibile nell’immediato, ed è legato alla capacità produttiva. Di fronte ad eventi globali come questo un sistema monopolistico non riesce a dare risposte veloci ed efficaci. Sia chiaro, non è un tema di restrizione volontaria dell’offerta. Si tratta di un tema banalmente operativo visto che nessuna azienda al mondo, neppure un gigante come Pfizer, è in grado di coprire velocemente una domanda di 7 miliardi di persone. Sicuramente Pfizer ha dato un grande contributo all’umanità con la sua invenzione, ma l’attesa, inevitabile, che ci attende ce la saremmo volentieri risparmiata. Tutto questo, a causa del brevetto.

Il terzo limite, e mi fermo per ora qui, è legato all’evoluzione della ricerca stessa e del modello di sviluppo tecnologico che ormai domina il nostro mondo. Il brevetto, come istituto giuridico, nasce più di un secolo fa. Era ancora il tempo delle Fiere ed Esposizioni Internazionali che si tenevano un paio di volte l’anno e dove le invenzioni, le innovazioni, non si succedevano con la stessa velocità di oggi. Già perchè oggi la ricerca, la tecnologia, sono diventate estremamente più veloci, producono innovazione ad un ritmo molto più frenetico rispetto al passato, seppur senza “balzi”. Siamo passati dall’epoca in cui l’innovazione procedeva a “gradoni” ad una in cui lo sviluppo e la ricerca producono risultati continui ma “incrementali”. Per intenderci, al giorno d’oggi non esistono più le invezioni come quelle che facevano gridare “EUREKA!” ad Archimede Pitagorico nei fumetti. Si procede per step incrementali, piccoli ma continui. Allo stesso tempo, la velocità con cui procede l’innovazione rende spesso superfluo ed inutile un monopolio esclusivo per 20 anni. Quanti prodotti scoperti 20 anni fa sono già oggi dei “ferri vecchi”?

In uno scenario simile il sistema brevettuale provoca alcune spiacevoli controindicazioni. La più importante è che, di fatto, è quasi impossibile creare qualcosa di nuovo, fare innovazione, senza violare brevetti altrui. Magari si tratta di tecnologie che sono ormai “basic“, ma in questi casi il brevetto diventa più uno strumento di “ostacolo” che di incentivo all’innovazione. A conferma, anche nella corsa al vaccino contro il CoViD ci sono stati casi di questo tipo, e la stessa Pfizer è stata accusata di violazione di un brevetto nell’ambito dello sviluppo di un’altra cura contro il CoViD (la stessa usata per curare Trump).

I tre limiti esposti fin qui sono noti ormai da tempo a tutti gli esperti ed interessati al settore della proprietà intellettuale ma una soluzione sembra lontana dall’essere raggiunta. In questa pandemia ci ha provato l’OMS, invocando e spingengo alla creazione di un “patent pool”, ossia la creazione e la condivisione di un unico insieme di brevetti e tecnologia, accessibile a chi è interessato a partecipare allo sviluppo di un’innovazione, in cambio di una licenza per poter sfruttare gli esiti della ricerca prodotta dal “pool”. Lavorare realmente insieme per beneficiare tutti ed in tempi più rapidi dell’innovazione. Per il momento pare che l’appello sia rimasto inascoltato.

Il “No taxation without representation” nell’Italia del 2020.

Lo ammetto, sono un po’ stanco del flusso continuo di dati, numeri e dichiarazioni sull’emergenza CoViD. Provo quindi per un attimo a staccarmi dall’emergenza sanitaria tornata a mordere il nostro Paese, per riflettere su quelli che secondo me sono alcuni dei problemi “strutturali” dell’Italia del 2020.

Problemi che la classe politica, come gli struzzi, sembra far finta di non vedere, lasciandoli lì sullo sfondo, in attesa, non affrontati nella ingenua convinzione che la nostra economia possa riprendersi senza che a quei problemi si trovi una soluzione, magari a colpi di Recovery fund e sussidi a fondo perduto.

Lo spunto per la mia riflessione me lo offre Alberto Brambilla, sulle pagine economiche del Corriere della Sera con l’analisi precisa e puntuale di quello che probabilmente è il più grosso tra i problemi strutturali del nostro Paese, ossia l’iniquità del sistema fiscale (“Fisco, la metà degli italiani non dichiara reddito. In 18 milioni versano solo il 2% di Irpef: il Paese a infedeltà fiscale”). Come sempre, quando si guarda ai numeri (fonte “Dichiarazioni dei redditi 2018”) lo spazio per le interpretazioni si riduce di molto e l’esito dell’analisi non lascia spazio a molte repliche: in Italia quasi la metà degli cittadini non paga imposte dirette sui redditi. Su 60 milioni e rotti di abitanti del nostro Paese, più di 29 milioni non paga nemmeno un Euro di imposte sui redditi. I cittadini che dichiarano un reddito in realtà sono circa 12 milioni in più (i soggetti dichiaranti nel 2018 sono stati 41.3 milioni), ma per effetto di detrazioni e deduzioni varie ed eventuali di cui è ricco il nostro sistema, alla fine i soggetti che versano almeno 1 Euro di IRPEF sono solo 31 milioni e rotti. Un italiano su due, appunto.

Non mi soffermo oltre sui dati relativi alla distribuzione poi del carico fiscale all’interno delle fasce di reddito, per ragionare invece su un tema, che va ronzandomi nella testa da un po’, ossia il legame tra capacità fiscale, ossia la contribuzione di ognuno di noi al bilancio ed alle spese dello Stato, della collettività e rappresentanza politica. Il “motto” inglese che ho preso a prestito per il titolo di questa riflessione ha origine nella seconda metà del ‘700, nelle colonie Americane culla della Rivoluzione Americana e di buona parte dei principi del pensiero liberale e democratico. Riassume in sé in concetto semplice: tu, Corona inglese non hai alcun diritto a pretendere i miei soldi, con le tasse, finché io cittadino (seppur di una colonia) non avrò un mio rappresentante in Parlamento, la sede delle scelte politiche ed economiche basate anche e soprattutto sul denaro che prelevi puntualmente dai cittadini. Questo principio fu da apripista a molte conquiste e rivoluzioni democratiche che allargarono sempre più la base elettorale degli Stati moderni, sulla base appunto della corrispondenza tra capacità fiscale e rappresentanza politica. Fu pian piano messo da parte con l’arrivo del ‘900, delle costituzioni moderne, del Welfare State che riconosce i diritti dei cittadini nei confronti anche e soprattutto nei confronti dello Stato a partire dal concetto di cittadinanza, di appartenenza ad una comunità, statale o addirittura sovranazionale fino ad oggi in cui sembra essere stato dimenticato se non proprio rinnegato.

Dovessimo applicarlo all’Italia del 2020, infatti, potremmo trovarci nella non piacevole situazione di togliere il diritto di voto alla metà dei cittadini. Sia chiaro, è solo una provocazione, eppure mi sembra evidente che sganciare del tutto la rappresentanza politica dalla capacità fiscale rischia di aprire lo spazio ad effetti collaterali quantomeno spiacevoli. Primo fra tutti la circostanza che nell’Italia del 2020, di fatto, metà della popolazione non ha alcun interesse alla gestione dei conti pubblici considerato che, di fatto, non contribuisce nemmeno in minima parte alle entrate dello Stato. Il secondo, speculare, effetto collaterale è che sempre nell’Italia del 2020, metà della popolazione ha nei confronti dello Stato un rapporto unidirezionale, nel senso che riceve, pretende, consuma servizi dello Stato e della comunità senza contribuire al bilancio statale. Ecco, basterebbero solo queste due, banali forse, considerazioni per capire di fatto come l’iniquità del sistema fiscale finisca per avere effetti pesanti anche sulle modalità di selezione della classe politica.  In un paese dove un cittadino su due letteralmente non contribuisce al bilancio statale, potrà mai esistere, essere avvertita, la necessità di selezionare amministratori pubblici rigorosi ed efficienti? Al contrario, in un paese dove sempre un cittadino su due ha un rapporto unidirezionale con lo Stato che lo sussidia e gli paga servizi, non verranno sempre premiati quei candidati che promettono di mantenere, se non ampliare la spesa pubblica?

Torniamo di nuovo ai numeri. Alberto Brambilla nel suo articolo riporta che con l’attuale sistema fiscale il 42% dei contribuenti italiani versa il 91% dell’Irpef complessiva dello Stato. Il rimanente 58% ne paga solo 8,98%. Eppure, come ci ricorda spesso il partito di maggioranza al governo, quando si vota, 1 vale 1. Volendo forzare una metafora è come se in una società per azioni un socio con l’8,98% del capitale riuscisse ad esprimere il 58% dei diritti di voto.

Volgo al termine di questa breve riflessione, che contiene in se più di una provocazione, con un pensiero. Le conquiste fatte dallo Stato Sociale nell’ultimo secolo non vanno condannate ne ripudiate. Rappresentano anzi la via per consentire a ciascun cittadino di ambire a migliorare la propria situazione socioeconomica e, quindi, anche la propria capacità di contribuire alla comunità. Allo stesso tempo però l’Italia del 2020 ha un enorme problema di azzardo morale, che le politiche di emergenza introdotte in questi mesi non hanno fatto che peggiorare. Occorre da subito iniziare a riflettere su come rendere equo il rapporto tra le esigenze di bilancio dello stato ed i redditi ed attività dei contribuenti, eliminando, ove possibile, politiche unidirezionali, basate sul sussidio. Occorrono soprattutto controlli e sanzioni più severe. Una proposta? Iniziamo con la perdita del diritto di voto per i condannati per reati fiscali.