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Il “No taxation without representation” nell’Italia del 2020.

Lo ammetto, sono un po’ stanco del flusso continuo di dati, numeri e dichiarazioni sull’emergenza CoViD. Provo quindi per un attimo a staccarmi dall’emergenza sanitaria tornata a mordere il nostro Paese, per riflettere su quelli che secondo me sono alcuni dei problemi “strutturali” dell’Italia del 2020.

Problemi che la classe politica, come gli struzzi, sembra far finta di non vedere, lasciandoli lì sullo sfondo, in attesa, non affrontati nella ingenua convinzione che la nostra economia possa riprendersi senza che a quei problemi si trovi una soluzione, magari a colpi di Recovery fund e sussidi a fondo perduto.

Lo spunto per la mia riflessione me lo offre Alberto Brambilla, sulle pagine economiche del Corriere della Sera con l’analisi precisa e puntuale di quello che probabilmente è il più grosso tra i problemi strutturali del nostro Paese, ossia l’iniquità del sistema fiscale (“Fisco, la metà degli italiani non dichiara reddito. In 18 milioni versano solo il 2% di Irpef: il Paese a infedeltà fiscale”). Come sempre, quando si guarda ai numeri (fonte “Dichiarazioni dei redditi 2018”) lo spazio per le interpretazioni si riduce di molto e l’esito dell’analisi non lascia spazio a molte repliche: in Italia quasi la metà degli cittadini non paga imposte dirette sui redditi. Su 60 milioni e rotti di abitanti del nostro Paese, più di 29 milioni non paga nemmeno un Euro di imposte sui redditi. I cittadini che dichiarano un reddito in realtà sono circa 12 milioni in più (i soggetti dichiaranti nel 2018 sono stati 41.3 milioni), ma per effetto di detrazioni e deduzioni varie ed eventuali di cui è ricco il nostro sistema, alla fine i soggetti che versano almeno 1 Euro di IRPEF sono solo 31 milioni e rotti. Un italiano su due, appunto.

Non mi soffermo oltre sui dati relativi alla distribuzione poi del carico fiscale all’interno delle fasce di reddito, per ragionare invece su un tema, che va ronzandomi nella testa da un po’, ossia il legame tra capacità fiscale, ossia la contribuzione di ognuno di noi al bilancio ed alle spese dello Stato, della collettività e rappresentanza politica. Il “motto” inglese che ho preso a prestito per il titolo di questa riflessione ha origine nella seconda metà del ‘700, nelle colonie Americane culla della Rivoluzione Americana e di buona parte dei principi del pensiero liberale e democratico. Riassume in sé in concetto semplice: tu, Corona inglese non hai alcun diritto a pretendere i miei soldi, con le tasse, finché io cittadino (seppur di una colonia) non avrò un mio rappresentante in Parlamento, la sede delle scelte politiche ed economiche basate anche e soprattutto sul denaro che prelevi puntualmente dai cittadini. Questo principio fu da apripista a molte conquiste e rivoluzioni democratiche che allargarono sempre più la base elettorale degli Stati moderni, sulla base appunto della corrispondenza tra capacità fiscale e rappresentanza politica. Fu pian piano messo da parte con l’arrivo del ‘900, delle costituzioni moderne, del Welfare State che riconosce i diritti dei cittadini nei confronti anche e soprattutto nei confronti dello Stato a partire dal concetto di cittadinanza, di appartenenza ad una comunità, statale o addirittura sovranazionale fino ad oggi in cui sembra essere stato dimenticato se non proprio rinnegato.

Dovessimo applicarlo all’Italia del 2020, infatti, potremmo trovarci nella non piacevole situazione di togliere il diritto di voto alla metà dei cittadini. Sia chiaro, è solo una provocazione, eppure mi sembra evidente che sganciare del tutto la rappresentanza politica dalla capacità fiscale rischia di aprire lo spazio ad effetti collaterali quantomeno spiacevoli. Primo fra tutti la circostanza che nell’Italia del 2020, di fatto, metà della popolazione non ha alcun interesse alla gestione dei conti pubblici considerato che, di fatto, non contribuisce nemmeno in minima parte alle entrate dello Stato. Il secondo, speculare, effetto collaterale è che sempre nell’Italia del 2020, metà della popolazione ha nei confronti dello Stato un rapporto unidirezionale, nel senso che riceve, pretende, consuma servizi dello Stato e della comunità senza contribuire al bilancio statale. Ecco, basterebbero solo queste due, banali forse, considerazioni per capire di fatto come l’iniquità del sistema fiscale finisca per avere effetti pesanti anche sulle modalità di selezione della classe politica.  In un paese dove un cittadino su due letteralmente non contribuisce al bilancio statale, potrà mai esistere, essere avvertita, la necessità di selezionare amministratori pubblici rigorosi ed efficienti? Al contrario, in un paese dove sempre un cittadino su due ha un rapporto unidirezionale con lo Stato che lo sussidia e gli paga servizi, non verranno sempre premiati quei candidati che promettono di mantenere, se non ampliare la spesa pubblica?

Torniamo di nuovo ai numeri. Alberto Brambilla nel suo articolo riporta che con l’attuale sistema fiscale il 42% dei contribuenti italiani versa il 91% dell’Irpef complessiva dello Stato. Il rimanente 58% ne paga solo 8,98%. Eppure, come ci ricorda spesso il partito di maggioranza al governo, quando si vota, 1 vale 1. Volendo forzare una metafora è come se in una società per azioni un socio con l’8,98% del capitale riuscisse ad esprimere il 58% dei diritti di voto.

Volgo al termine di questa breve riflessione, che contiene in se più di una provocazione, con un pensiero. Le conquiste fatte dallo Stato Sociale nell’ultimo secolo non vanno condannate ne ripudiate. Rappresentano anzi la via per consentire a ciascun cittadino di ambire a migliorare la propria situazione socioeconomica e, quindi, anche la propria capacità di contribuire alla comunità. Allo stesso tempo però l’Italia del 2020 ha un enorme problema di azzardo morale, che le politiche di emergenza introdotte in questi mesi non hanno fatto che peggiorare. Occorre da subito iniziare a riflettere su come rendere equo il rapporto tra le esigenze di bilancio dello stato ed i redditi ed attività dei contribuenti, eliminando, ove possibile, politiche unidirezionali, basate sul sussidio. Occorrono soprattutto controlli e sanzioni più severe. Una proposta? Iniziamo con la perdita del diritto di voto per i condannati per reati fiscali.